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EROS E
PSYCHE
di
Angelo Calabrese |
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Hanno
scelto il solstizio di giugno gli artisti che, nel giardino
antistante il centro sociale Alisei, presso l'ospedale psichiatrico
Frullone, proponendo i segnali portanti del loro immaginario come confessione
di procedimento nella spirale labirintica, hanno reso omaggio a tutte le
rotte esistenziali con "II volo di Psyche".I
materiali dell'arte hanno quindi visibilizzato le tensioni alate dell'Io—Arianna che evade dalla natura e vi
ritorna in un intrigo di sentimenti smarriti tra le illusioni della
ragione, la dolcezza della pietà e la consapevolezza dell'impotenza.
Non a caso lo stupore innamorato di Psyche tenta il volo: lo spicca
quando il tempo è maturo per far avvertire la situazione labirintica.
Le orme archetipe e quelle che nel tempo hanno inflitto i percorsi
orientativi non bastano più a riconoscersi e allora si sforzano le ali.
Chi ha pratica degli elementi e si avvale dell'arte di
trattarli vola luminoso, ma com'è rara questa consapevolezza iniziatica,
che sa passare di labirinto in labirinto adeguandosi alla vita che
presuppone una corrispondenza biunivoca tra creatura e utero, tra
illuminazione e universo.Altrove
il volo tocca varie altezze e respiri; può trovarsi addirittura all'improvviso
irrelato e quindi dichiara più apertamente la sua necessità di cure,
ma dovunque l'Io-Arianna si specchia in Psyche, e vola, conosce
l'asprezza della solitudine e troppo spesso il deserto.
Enrico Moleti cui spetta la priorità dell'ideazione, ha elaborato
varie scelte labirintiche; in fase avanzata di progettazione ha avuto
accanto Angelo De Falco ed ha preferito individuare, nello spazio aperto
ad un più vasto coinvolgimento, il labirinto a spirale come identificazione
di un utero da cui si perviene alla luce in senso naturale, metaforico e
allegorico.
Un tracciato di pali, disposti in forma labirintica ha accolto
opere e visitatori e, nella testimonianza di voli di Psyche di otto
artisti, scelta non casuale identificandosi il numero con la
significazione d'infinito, c'è stato un omaggio al giorno
solstiziale e certamente anche al significato degli elementi di
purificazione: l'acqua del Battista,
il grande Testimone, o la pagina del Logos,
dove l'altro
Giovanni canta l'inizio della sua testimonianza evangelica. Il
coinvolgimento è stato dunque visivo-estetico, con l'individuazione di
un percorso, con l'invito a venir fuori dal labirinto, a cimentarsi
come uomini in identificazione, consapevolezza, comunione.Ai
presenti sono stati
affiancati strumenti musicali e
materiali elementari con cui produrre suoni di vario genere:
un richiamo all'ancestro e alla
prima volontà comunicativa di presenza, invocazione,
espressività del farsi sentire allorché si è "nel chiuso".
La manifestazione culturale, espositiva, di coinvolgimento
installa-zione-happening-spetta-colazione teatrale, ha avuto positivi
riscontri di critica e di pubblico e soprattutto si è configurata con
originalità nei confronti di tutte le altre che hanno preteso di
individuare per Psyche vie diverse e alternative a quella unica del
volo, con tutti i suoi rischi e le delusioni degli sforzi d'ala.
Psyche
è negli elementi e se ne serve come fine e mezzo di conoscenza.
Angelo De Falco ha voluto, fuori del labirinto, inventare un percorso
alchemico: il coinvolgimento dell'aria, dell'acqua, della terra e
del fuoco erano negli oggetti simbolici che ha raggruppato in tre
fasi: viredo, calice, uovo; auredo, la leggenda della spada; rubedo, il
bastone e la lanterna. L'evidenza dei simboli è chiaramente allusiva al
mistero della vita, allidea spirituale, alla ricerca della verità:
dalla luce al buio, il bianco e il nero, ogni utero-labirinto ci
altalena tra intuizione e smemoratezza, tra energia erogata e assorbita.
Enrico Meleti ha nel suo labirinto posto le domande più inquietanti: ha
rivelato la sua pensosa sensibilità e la certezza di consistere
nell'amore. Dalla concretezza della luce che viene dall'amore, dato e
ricambiato, parte il viandante
e può salire-volare in alto, liberandosi dagli
intrighi labirintici e identificandosi nella lezione di vita e di
fede. Il messaggio è di speranza, perché l'amplificazione del
concetto d'a-more-comunione significa sintonia con l'universo.
Giovanni Chianese ha dato alla visualità un contributo di segnali nei
quali si evidenziano le limitazioni dell'agire umano che spesso
preferisce "chiusure nelle chiusure" per estraniarsi in un
indifferente egoismo.
Maria
Antonietta Robucci nelle sue opere fortemente cromatiche ha
utilizzato la sabbia dipinta per dire emozioni intime ed esplosioni
luminose:
dentro
e fuori il labirinto a occhi chiusi o aperti.
Maria Sabetti fa volare Psyche dal labirinto donna condizionata per
"identificarsi" di natura e società. Punto d'aggancio, di
desideri, di voluta sottomissione, la donna diventa portatrice dei
simboli archetipi, athanor vivente, centro degli elementi, preda del
peccato: un processo di dolorosa constatazione che si stempera nel
cromatismo ludico e nell'ironia.
Insomma il labirinto più attuale è erede di quello del silenzio e
della conocchia.
Paolo Buffulini ha letto con la luce scene di vita e stagioni: le sue
situazioni esistenziali fissate dal terzo occhio, in bianco e nero,
rendono appieno i voli di Psyche, che esce dal labirinto e vi resta nell'eterno
rito delle presenze e delle assenze: un sospiro tra passi, orme e
trapassi.
Renato
Milo nelle sue quattro opere, cilindri trasparenti con acqua e vari
elementi galleggianti, ha inviato Psyche nel regno perpetuo delle
compresenze che si evidenziano solo per la casualità delle emergenze:
da un labirinto che ha in sé l'indifferenziata unità universale.
Sergio
Cozzolino ha dato il suo contributo ai voli di Psyche giostrando tra
spazio esterno e interiorità: la dimensione che emerge è quella
dell'inquietudine. Deve esserci, come stimolo e istanza a volare, a
uscire dal labirinto per conoscere e cono-scersi: sono le esperienze
compiute a farci "pieni di spazio e di tempo".
Il discorso aperto con questa prima rassegna avrà certamente adeguati
sviluppi e più organici coinvolgimenti. Psyche
ancora sa sognare la
libertà-miraco-lo e giostrare nell'infinito con le ali che non temono
ne la sfinitezza, ne gli incubi del nulla nei quali si sperpera il
nostro tempo di violenza e provvisorietà.
Enrico Moleti ha già progettato altri "voli", con
variazioni labirintiche, per una serie di eventi che coinvolgeranno il
mondo della scienza del pensiero filosofico, della pratica culturale:
auguri. |
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LA
NUDA REALTA'
di
Angelo Calabrese |
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Erano
strane macchine, assemblate come quei pupazzi di legno che servono ai
bambini per esercitarsi a riorganizzare le membra sparpagliate di
uno smontaggio strategicamente educativo. ,
Gli smalti e la luminosità di superfici, perimetrale con la
precisione che fa brillare gli oggetti del desiderio in vetrina, dove
intervengono soprattutto le astuzie espositive e la persuasione
reclamizzata, erano, per il fruitore, cala-mite attrattive: che c'era di
male a lasciarsi conquistare da un armamento così innocente?Anche
agli adulti piacciono i giocattoli, specie se intervengono le nostalgie
memoriali e quei richiami che l'inconscio ritrova nei sensi allertati:
il primo impatto con le opere di Maria Sabetti era suggestivo come
quelli che ci invitano ad apprezzare, a distanza ravvicinata, le
macchine del desiderio.
L’esperta ragione rivelava però subito la strategia del
messaggio: la fantasia delle forme e le luminosità cromatiche, se
all'impatto dis-orientante contribuivano efficacemente al gioco
ironico-mimetico, avevano poi la funzione di chiarificazione della
"segnaletica" nei percorsi
metaforici. L'indagine svelava l'arcano: Maria Sabetti
ironizzava con una vena di vibrante malinconia, quella sottile,
che fa intensamente soffrire e riporta sul terreno delle domande senza
risposte; i suoi simboli davano il senso della beffa violenta che illude
l'esistenza: una catena di condizionamenti dai quali non si sfugge.
Sogni e bisogni, esigenze vitali e ataviche persuasioni di colpe
"originali" da scontare per ineluttabilità ereditaria,
c'erano dentro quegli itinerari di scompensi che mettevano a nudo gli
ingranaggi dei conflitti natura-società, irrisolvibili per tutte le
latitudini.
Il linguaggio simbolico espressivo alla svolta attuale ha perduto certe
vistosità di contorni che giocavano un molo mimetico attrattivo e
sostanziavano I* efficienza del messaggio, l'efficacia della
scoperta dell'eloquenza, dei simboli che denunciavano la realtà
violenta. La rapidità gestuale che perimetra, frammenta, trascrive,
interpreta, la condizione umana tra ansia di conoscenza e comportamenti
costantemente violenti, riporta a sensazioni di un arcaismo sacrale.
Maria
Sabetti evita il facile espressionismo, riduce all'essenza il prototipo,
sagoma e comunica per emblemi, chiarendo il senso delle sue messe a nudo
di corpi, azzerati all’ intuizione delle presenze precarie,
vicissitudini, che si rinnovano sotto il sole nella instabilità condizionata
dalla violenza fatale.
Le coscienze isolate non sfuggono all'orrore della violenza, l'impegno
morale e le maglie sociali aggiungono alla violenza biologica altre
variazioni su tema che rendono più vistoso il fallimento del sogno,
bi-sogno, di chiarificazione dei valori, dei sentimenti, delle
speranze che sono vittime di delitti impuniti.
E' particolarmente interessante la resa dell'immaginario tra intuizione
anatomica e frammento di manichino, di linea continua che perimetra
sinuo-se evidenze, attraversamenti di soglie incantate dai rapidi
disincantati, di linee sinuose, che serpeggiano senza interruzione
interpretando sensi e sentimenti in impasti iconici a specchio di una
realtà interiore, che si oggettivizza nella presa d'atto di verità
incontrovertibili.
La pittrice fa poesia nello scavo interiore, nell'evidenza di un
linguaggio asciutto, d'evento, che fiorisce nelle metafore e nei
simboli, sospirando per quello che ci sfugge e si trasforma sotto i
nostri occhi nell'indissolubile legame che articola l'esistenza,
"Bios", e la violenza, "Bia", ed è di forte
valenza la sua nostalgia per il sogno che rischia la
disfatta prima di verificarsi nel quotidiano.
La vita si perpetua in un costante furto di energie: l'impossibile
quiete cerca rifugi contemplativi, ma non può sfuggire alla legge che
impone il nutrimento: è vitale chi più ha, chi meno cede: le mani
che donano spesso sono quelle che si colmano di frutti rapiti e per la
donna è ricatto anche la vita che ella stessa dona, perdio la impegna
ad altri cedimenti. Maria Sabetti sa di non avere rimedi contro
il disperato amore vitale, contro le memorie di fuoco che si raggelano
nella implacabile delusione, contro il poco che resta di tanto sognato
e sperato, ma intanto non rinuncia a difendere la possibilità di un
riscatto almeno dalle inclemenze di tutte le altre irruzioni, che si
somma a quella già fatale della "Bia" che permea la vita e ne
sostanzia l'arcano sospiro.
Le
sue. sagome tentacolari, i suoi prepotenti anonimi, che schiacciano
altri anonimi e godono del loro soccombere, i suoi astuti aguzzini, che
si nutrono della violenza scatenata tra le vittime della loro astuzia,
tra quelli che sono prigionieri di un'istigazione scatenante e della
loro stessa ansia di prevalere, sono evidenza dì un esteso fallimento,
tutto da compiangere.
Contro
il vento che resta sulle macerie di vite devastate per selvaggia fatalità
si leva la voce di un'artista che esige il suo diritto alla bellezza, la
verifica di una possibile libertà, che, se non è data dalla condizione
della vita stessa, organica appunto tra "Bios" e "Bia",
può almeno fiorire nei rapporti umani: la mano che non rapisce, il
sostegno che nulla perde mentre aiuta, propone almeno una difesa
d'umanità.
Intanto
nella scelta visuale della Sabetti che verifica la sua ricerca alla luce
di un immaginario, che le deriva per essenzializzazione dal primitivo e
dai prelievi assimilati da civiltà le cui orme sono fondamentali per
ritrovarsi a specchio del presente, emerge un sistema di fittissimi
riferimenti per la mediazione culturale. E' infatti molto interessante
notare come le essenzializzazioni delle sue metafore e delle sue
allegorie, con l'uso discretissimo di allusioni simboliche, possano
aprire orizzonti meditativi di vasta portata proprio in virtù di un
immaginario cromaticamente pervaso di forte sentire: la pittura di
poesia esistenziale si assimila alla vita quando sceglie i simboli
del profondo. |
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TRACCE
SUI MATTONI
di Angelo calabrese |
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Un
concorso di forte creatività e risposte stimolanti ha testimoniato
una simpatica e impegnata
adesione all'invito di
Ileana D'Andolfo e Rosy Longobardi, curatrici della rassegna
"Segni del terzo millennio", che prende l'avvio nella sede
dell'associazione d'arte e cultura "La Nove" in via Micco
Spadaro, Circa sessanta artisti hanno dato vita ad un suggestivo
"mosaico", intervenendo in piena libertà sui
"mattoni" offerti per realizzare una costruzione visuale, che
si configura come un vero e proprio codice di emozioni e pensieri,
comunicati per "pagine" di un libro-labi-rinto, che si possono
leggere nel continuum di testimonianze di tanti modi d'essere e di
sentire in un contributo di umanità e di alta poesia.
Ileana
e Rosy hanno collo nel "segno" e hanno constatato come alle
inclemenze di fine secolo e fine millennio pittori, scultori,
ceramisti, confessino stati d'animo che non possono essere affidati alle
parole: la finitezza, l'instabilità, gli interrogativi, la consapevolezza
critica, le istanze della libertà, i dubbi della necessità, il senso
della metamorfosi, gli impulsi apocalittici, la speranza, la
coscienza, la violenza, l'illusione, possono solo essere percezioni d'emo-zionalilà
illuminante: ecco il senso del messaggio visuale.
Intanto
va precisato che il "mattone", la tavoletta completa di gancio
(proposta come tessera di un mosaico che certamente avrà ben più
vaste dimensioni e sviluppi aggregativi dopo la partenza da "La
Nove", visto che già altri spazi ne hanno fatto richiesta e sarà
esposto in più ampio contesto di coinvolgimento), spesso è diventata
solo il pretesto di una costruzione suggestiva per altezza di
significati.
Molti
artisti hanno costruito in quei termini, così contenuti, opere di vasta
portata concettuale, visibilizzando dimensioni esplorate per tutto
l'universo delle umane possibilità e dei sogni che vanno alle soglie
del celato e del mistero.
E'
pur vero che ogni opera meriterebbe una lettura particolare, anche per
rendere giusto merito alla qualità dell'arte incisivamente
testimoniata in concreta partecipazione, stimolata
originalmente dall'importanza del tema, ma non sempre
"incisività" e spazi di comunicazione si conciliano. La
monotonia di un elenco di nomi non renderebbe giustizia a una rassegna
che si configura come un libro dedicato alla vita, con ogni pagina
aperta alla vastità d'un trattato, con un repertorio di specchi di
identificazione in cui, come uomini, ci possiamo rendere conto che
nessun frammento di umanità ci è estraneo. Pertanto preferiamo
parlare di quell'impatto
emozionale
che ci ha colto allorché la sensibilità di chi curava l'allestimento,
difficile, soprattutto perché ogni opera, come spazio dello spirito,
esigeva il giusto spazio fisico per comunicare il suo sensibile
richiamo, ha inventato una serie di accostamenti
che all'improvviso non ci sono apparsi più casuali.
Ci
è sembrato logico e motivato un percorso di pensieri visualizzati in
cui, ad esempio, l'uomo nella
grate
e nei frammenti di Luigi Castiglione fosse dimensione aperta sulla
natura generativa-origina-ria di Mario Apuzzo. L'intuizione alchemica di
Vincenzo Cacace ci ha fatto subito pensare all'arcano della vita.
Magicamente "I tempi del tempo" di Laura Cristinzio hanno
aperto infiniti orizzonti al pensiero, che ha intuito le divine
armonie del visibile e dell'invisibile, le direzioni, le epifanie, il
gioco-desiderio
della realtà che interroga, in monologo, il reale ostile alle
risposte. Dal tempo al crogiuolo, dove si gioca la sorte del millennio
(Marcella Ceravolo) all'ironia sugli equilibri perduti
(Mimmo Longobardi) alle impronte senz'orma (Raffaele
lannone) all'incubo imminente del buco nero, il "nulla"
di Sini-baldi Leone, alle belve del nostro tempo di Giuseppe Antonello
Leone, all'Apocalisse di Giovanni De Vin-cenzo, alla necessità di
andare, il "navigare neces-se" che si incontra fatalmente
con la ruota delle stagioni e l'etema foglia che non muore al vento
(Paolo lacomino, Marcella Fusco, Libero Galdo, Giovanni Massimo): un
percorso nel quale ogni umano sospiro si riconosce.
Un
gruppo di opere, vive negli accostamenti del colore dominante, davano il
senso della speranza: a gonfie vele c'era l'annunzio diTony Stefanucci:
"Sto arrivando", urlato ad eco, epoeticamente rispondeva:
"Anch'io
oltre il sole" il fremito delle ali segnato da Rosa Panare.
Un'ansia d'essere! e conoscere (Jote Raimo, Carmino Boccia, Giovanni
Ricciardi, Maria Petraccone, Aurora Lucia Carluccio, Teresa Girosi,
Marta Pilone, Giuseppe Ingegno), ha fatto sentire che la vita è valore.
Poi le alchimie percettive, i simboli, l'oggettività delle vite, gli
stupori abbagliati, le "tentazioni" arcaiche, l'altro e
l'altrove, la condizione d'assenza, di frantumi, un desiderio di
naturale rigenerazione, il senso del deserto, il bene e il male di
vivere, hanno aperto tanti sentieri meditativi che spesso sfociavano
in groviglio di pensieri (Pasquale Trup-po, Mario Di Giulio, Michele
Mautone, Gianfranco Duro, Enzo Angiuoni, Anna Maria Pugliese, Teresa
Girosi, Ciro De Falco, Adriana Montariello, Renata Petti, Silvana
Fiore, Eduardo laccheo, Enzo Pagano, Antonio De Martino, Lucia Bruno).
Non vorremmo allafine aver dimenticato nessuno degli artisti le cui
opere abbiamo riconosciuto nell'evidenza dell'originalità
dell'impronta, se ciò dovesse accadere, ci scusiamo precisando che
non sempre la memoria risponde agli sforzi di ricostruire un vero e
proprio mondo "d'arte comunicata" in autenticità di
connotazione. Tra le opere più suggestivamente ricorrenti alla memoria
ritroviamo quella di Carlo Montarselo, un folto d'uliveto trafitto di
luce, la maternità di Mario Ricciardi, l'armonia delle sfere e l'uomo
come impronta tra bianco e nero di Russo, le metamorfosi di Mario Cacace.
Insommasi tratta di una rassegna che, tra vari stili
e espressioni dell'immaginario, si propone come
esperienza estetica e morale: c'è un impegno vissuto in vastità di
respiro, in incanto meditativo, in volontà di ritrovare il mondo della
poesia e della gioia di vivere.
I
"segni del terzo millennio" si connotano per potenza di
respiro e per chiaroveggenza: la mostra merita di essere visitata e
seguita anche nel suo proporsi in espansione e con decisi intenti
didattici. Offre infatti una panoramica organicamente strutturata
per suggestivi spunti di dibattito, come era nelle previsioni delle due
curatrici,
Esse
hanno voluto che il presente dell'arte dicesse quel che avverte ad una
svolta epocale e cosa si esige di umano su di una soglia, che certamente
è varcata da chi si troverà in una società dalle mutate esigenze,
con l'eredità che grava e con il nuovo che non appare ancora in piena
evidenza.
Gli
artisti hanno intanto chiaramente palesata la loro volontà di
difendersi dal senso di solitudine che non consente di vivere nella
identificazione con il mondo e con la natura.
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ARTDESIGN
2004 |
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di
Gerardo Pedicini |
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Il
segreto della forma sta nel fatto che essa è confine;
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Il
segreto della forma sta nel fatto che essa è confine;
essa è la cosa stessa
e, nello stesso tempo il cessare della cosa,
il
territorio circoscritto in cui
l’Essere
e il Non-più-esserre della cosa
sono una cosa sola
George
Simmel |
In “I
corpi e le cose” Enrico Bellone analizza il modo con cui veniamo a
conoscenza del mondo e come lo trascriviamo. In base alla sua indagine
le “sensazioni che abbiamo nell’esplorare l’ambiente e la
descrizione di quest’ultimo, insieme alla folla di comportamenti che
ciascuno esibisce per adattarsi alla nicchia, si realizzano grazie a
processi che avvengono nei nostri corpi e che, nella stragrande
maggioranza dei casi, sfuggono completamente alla nostra
consapevolezza”. Quest’ottica presuppone quindi una visione kantiana
che individua, come parte essenziale della conoscenza, la conoscenza
della casualità e delle relazioni spaziotemporali: il che varrebbe ad
ammettere che la ricerca artistica, o meglio l’investigazione
artistica, non segue un processo ordinato nel suo sviluppo ma scaturisce
da una somma di processi preordinati che procede senza nessun fondamento
epistemologico che non sia il risultato della “natura evolutiva e non
intenzionale dei manufatti”, come se questi ultimi fossero
“ottusamente obbedienti alle nostre aspettative”. Il che è
assolutamente inconcepibile. L’opera d’arte di contro segue un
procedimento metodologico. È di fatto un percorso logico, è la
risposta che si invera tra competenza ed esecuzione, è insomma il
processo, secondo quanto afferma Hjelmslev,
che “viene ad esistere grazie al fatto che c’è un sistema
sottostante che lo genera e determina nel suo sviluppo possibile”. Un
processo a cui presiedono delle regole di base che assumono “il valore
di un modello generativo (in senso chomskiano), ossia di una grammatica
che genera la serie pressoché infinita delle frasi”. Attraverso
l’impiego “comune di un metodo deduttivo estrapolato non tanto dai
codici delle lingue naturali, quanto dai sistemi linguistici
artificiali” (Menna), nasce l’opera d’arte.
A questa istanza, mi sembra, vada ricondotto il percorso creativo degli
artisti di questa mostra. Che è già alla VII edizione. Chi avrà modo
di confrontare tra loro le opere degli espositori, si renderà
immediatamente conto il tipo di progettualità insito in ogni manufatto.
Come cioè ogni singolo artista procede nella sua inventio e la rete dei
passaggi procedurali che ogni opera in sé detiene. Il risultato quindi
della loro azione, del loro incedere nei luoghi frastagliati
dell’immaginario contemporaneo, è proprio nella consapevolezza delle
loro scelte di base, nelle modalità con cui si rapportano alla realtà
e nelle forme con cui dialogano con il territorio frastagliato e senza
più regole della nostra condizione moderna: in altri termini come si
misurano con l’età della globalizzazione che, da un lato, ha azzerato
ogni differenza e, dall’altro, ha impoverito ogni istanza di futuro.
Il loro procedere certo non è immune da difficoltà. Si trovano a dover
convivere senza più garanzie metafisiche o possibili utopiche
proiezioni. Il sogno della Bahaus è inimmaginabile, né più
percorribile. Nel deserto chiassoso, plurale della condizione moderna,
di questo - come dice Baudelaire - paesaggio piovoso, gli spazi
metropolitani sono diventati luoghi del superfluo e dell’inutile, un
accumulo di segni, un reticolo elettronico dove l’individuo si
smarrisce o si perde. Dove allora ricercare un porto franco, un ambito
da sottrarre all’uniformità globale del mondo in modo che la memoria
individuale non si perda insieme alla memoria collettiva nel
“tentativo di ricomporre in un disegno unitario, nel profilo, e nel
suono di una parola o di un nome in cui le cose possano di nuovo parlare
come pienezza, come esistenza compiuta per l’uomo”? (Rella) Uno
spazio beninteso sottratto a qualsiasi investimento capitalistico, ma
anche a qualsiasi ipotesi di restauro rigenerativo.
Questo è l’ambito entro cui si muovono questi sperimentatori. Uno
spazio - direi - domestico, quotidiano che ruota intorno alla possibilità
di rinnovare, con piccoli gesti, il mondo più vicino alla loro
consuetudine visiva. Senza sognare nuovi ipotesi spaziali, né
immaginare nuovi territori possibili, nel tentativo quindi di
ripercorrere con occhi rinnovati tranches della nostra cultura, darle
significato, senso, nuovo spessore. Da qui, il senso del loro
immaginario mediterraneo. Da qui il rifarsi a una matrice comune. Vasi,
leggii, specchiere, taccuini, lampade, tovaglie, posacenere, chaises
longues, portariviste, oggetti musicali vengono così a disporre un
universo di senso per cui la “struttura significativa”, di cui
l’oggetto porta le tracce, espellendo da sé il significato di alcune
forme inautentiche del mondo, si sforza “ogni volta di far comprendere
ciò che esse avevano di parzialmente e soprattutto di esteticamente
valido in quanto forme coerenti di espressione dell’anima umana” (Goldmann).
In altri termini: penetrare nella segretezza della forma al fine di
segnare il confine spaziale entro cui, secondo l’indicazione di Simmel,
“l’Essere e il Non-più-essere della cosa sono la stessa cosa”.
Questo processo avviene attraverso il dispiegamento di materiali
diversi. Legno, ottone, terracotta, rame, zinco, ecc. sono chiamati infatti a dispiegare questo universo di segni
linguistici. Sia quando accedono con semplici procedimenti all’unicità
razionale del percorso creativo come accade nei manufatti di Gino
Anselmi, Ezio Colombrino, Lorenzo Santaniello, Vito Migliaccio, Ernani
Vigneri, Ludovico Papa e Sossio Petrossi; sia quando cadenzano con
gioiosa e partecipe fantasia ironica il confine tra due latenti
opposizioni, come è il caso degli oggetti di Francesca La Pignola,
Massimo De Chiara, Gerardo Pedicini e Ida Migliaccio; sia quando con
stupore e meraviglia rincorrono immagini profonde come è il caso di
Roberto Coppola, Rosario Renino, Patrizia Pastore e Giuliana Bocconcello;
sia quando istituiscono con arditi accostamenti formali un rapporto tra
inventio e ordine naturale e storico delle cose come accade nella chaise
longue Antonio Tagliaferro o nella lignealamp di Guido La Puca o nei
vasi canopi di Gennaro Terrazzano o ancora nei troni ceramici di
Maria Sabetti. Insomma, in ciascuno degli artisti-designers agisce
un’azione profonda dove arte, tempo e connessioni culturali, come
tanti seducenti idee di piacere, si intrecciano con evidenti valenze
estetiche, al fine di rinnovare lo spazio della nostra quotidiana
esistenza alla ricerca dell’intervallo perduto di cui parla Dorfles e
dello scambio simbolico tra competenza ed esecuzione di bachelardiana
memoria.
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